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Dopo il 1870, con la presa di Roma e lÂ’annessione allÂ’Italia dello Stato Pontificio, altre radicali riforme vennero varate, si fondarono nuove cattedre, si prese in mano la delicatissima questione dei nuovi rapporti tra la Sapienza e le gerarchie vaticane.
Artefice principale di questo processo di rinnovamento fu Terenzio Mamiani (1799-1885), filosofo e intellettuale di altissimo livello, che fu Ministro dellÂ’Istruzione del nuovo stato; grazie a lui, la Sapienza ebbe modo di laicizzarsi e aprirsi alle nuove correnti del moderno pensiero europeo.
Nel XX secolo l’università romana dovette confrontarsi con il primo conflitto mondiale; la Sapienza, presso la quale ferveva un forte movimento interventista, divenne da subito centro di aggregazione e di incontro per i nazionalisti e i patrioti. Presto cominciarono a serpeggiare, sia tra i docenti che nell’ambiente studentesco, tendenze anti-tedesche; l’università fu spesso teatro di violenti scontri e tumulti, e il Rettore Alberto Tonelli, benché convinto interventista, fu spesso costretto a sospendere le lezioni e a chiudere l’Ateneo. Al termine della guerra, la Sapienza volle conferire la laurea ad honorem a tutti i suoi studenti caduti al fronte.
Durante il ventennio fascista, nell’ottobre del 1931 venne imposto a tutti i docenti l’obbligo del giuramento di fedeltà al duce, pena la sospensione dall’insegnamento per chi avesse rifiutato. A Roma, soltanto tre professori (Ernesto Buonaiuti, professore di Storia del Cristianesimo, Giorgio
Levi della Vida, professore di Studi Orientali, e Gaetano De Sanctis, professore di Storia Antica), non prestarono giuramento e persero la cattedra. Mussolini era molto attento a mantenere la sua influenza all’interno della Sapienza, considerandola eccellente strumento di controllo e di propaganda; per questi motivi il duce volle l’edificazione della nuova Città Universitaria, peraltro da tempo resasi necessaria per motivi di spazio e di funzionalità .
Nel 1935 la nuova sede, progettata da Marcello Piacentini, veniva inaugurata con grandiose cerimonie, alla presenza del Re e della Regina.
Al termine della seconda guerra mondiale, la Sapienza fortunatamente si trovò in condizione di riprendere quasi immediatamente la sua piena attività , riallacciandosi al periodo che aveva preceduto gli anni bui del ventennio. Tra il 1944 e il 1947, tutti i professori che avevano perso il posto per motivi politici o razziali furono reintegrati nell’insegnamento; venne ripristinata l’elezione diretta delle cariche accademiche.
All’inizio degli anni ’60, il numero degli studenti era cresciuto in modo pressoché esponenziale, sulla scia della ricostruzione e del boom economico del dopoguerra.
Urgeva un maggior numero di docenti, uniformando per quanto possibile l’intera struttura della Sapienza agli standard spesso più moderni e dinamici degli altri paesi europei. L’urgenza di una riforma e di nuove leggi era apparsa una volta di più in tutta la sua evidenza nel maggio 1966, quando durante violenti scontri tra studenti di destra e sinistra, lo studente Paolo Rossi perse la vita precipitando, in seguito agli scontri, dalla scalinata della facoltà di Lettere e Filosofia. Gli studenti e i professori occuparono l’università (meglio, alcune facoltà ) in modo non violento; il 2 maggio 1966 il Rettore Ugo Papi fu costretto a rassegnare le dimissioni, per la prima volta nella storia della Sapienza. Gli avvenimenti successivi, i fatti del 1968, del 1977, le riforme proposte, abortite, in parte realizzate, fanno parte della nostra storia contemporanea.
Artefice principale di questo processo di rinnovamento fu Terenzio Mamiani (1799-1885), filosofo e intellettuale di altissimo livello, che fu Ministro dellÂ’Istruzione del nuovo stato; grazie a lui, la Sapienza ebbe modo di laicizzarsi e aprirsi alle nuove correnti del moderno pensiero europeo.
Nel XX secolo l’università romana dovette confrontarsi con il primo conflitto mondiale; la Sapienza, presso la quale ferveva un forte movimento interventista, divenne da subito centro di aggregazione e di incontro per i nazionalisti e i patrioti. Presto cominciarono a serpeggiare, sia tra i docenti che nell’ambiente studentesco, tendenze anti-tedesche; l’università fu spesso teatro di violenti scontri e tumulti, e il Rettore Alberto Tonelli, benché convinto interventista, fu spesso costretto a sospendere le lezioni e a chiudere l’Ateneo. Al termine della guerra, la Sapienza volle conferire la laurea ad honorem a tutti i suoi studenti caduti al fronte.
Durante il ventennio fascista, nell’ottobre del 1931 venne imposto a tutti i docenti l’obbligo del giuramento di fedeltà al duce, pena la sospensione dall’insegnamento per chi avesse rifiutato. A Roma, soltanto tre professori (Ernesto Buonaiuti, professore di Storia del Cristianesimo, Giorgio
Levi della Vida, professore di Studi Orientali, e Gaetano De Sanctis, professore di Storia Antica), non prestarono giuramento e persero la cattedra. Mussolini era molto attento a mantenere la sua influenza all’interno della Sapienza, considerandola eccellente strumento di controllo e di propaganda; per questi motivi il duce volle l’edificazione della nuova Città Universitaria, peraltro da tempo resasi necessaria per motivi di spazio e di funzionalità .
Nel 1935 la nuova sede, progettata da Marcello Piacentini, veniva inaugurata con grandiose cerimonie, alla presenza del Re e della Regina.
Al termine della seconda guerra mondiale, la Sapienza fortunatamente si trovò in condizione di riprendere quasi immediatamente la sua piena attività , riallacciandosi al periodo che aveva preceduto gli anni bui del ventennio. Tra il 1944 e il 1947, tutti i professori che avevano perso il posto per motivi politici o razziali furono reintegrati nell’insegnamento; venne ripristinata l’elezione diretta delle cariche accademiche.
All’inizio degli anni ’60, il numero degli studenti era cresciuto in modo pressoché esponenziale, sulla scia della ricostruzione e del boom economico del dopoguerra.
Urgeva un maggior numero di docenti, uniformando per quanto possibile l’intera struttura della Sapienza agli standard spesso più moderni e dinamici degli altri paesi europei. L’urgenza di una riforma e di nuove leggi era apparsa una volta di più in tutta la sua evidenza nel maggio 1966, quando durante violenti scontri tra studenti di destra e sinistra, lo studente Paolo Rossi perse la vita precipitando, in seguito agli scontri, dalla scalinata della facoltà di Lettere e Filosofia. Gli studenti e i professori occuparono l’università (meglio, alcune facoltà ) in modo non violento; il 2 maggio 1966 il Rettore Ugo Papi fu costretto a rassegnare le dimissioni, per la prima volta nella storia della Sapienza. Gli avvenimenti successivi, i fatti del 1968, del 1977, le riforme proposte, abortite, in parte realizzate, fanno parte della nostra storia contemporanea.
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